INTERVISTA A DJ HELL

Hell, DJ Hell o perché no Mr. Hell, come spontaneamente mi è venuto da chiamarlo per tutta la durata di questa chiacchierata. Se ci fosse stato un modo in inglese per dargli del lei, o per rivolgermi a questo quasi cinquantenne “signore” tedesco in modo anche formalmente rispettoso, sicuramente l’avrei fatto. Un curriculum che parla da sé, quello di Helmut Josef Geier: DJ, produttore, discografico, imprenditore, divo e molto altro. Dopo tanto allenarsi negli anni ottanta, Hell scende in campo nei novanta, mostra i muscoli e studia da “grande”, per erigersi – alla fine del millennio – ad icona a metà tra musica, moda e arte. Con la sua creatura, la Gigolo Records, finisce per dettare legge in materia di house, techno ed electro. Tiga, Fischerspooner, Miss Kittin & The Hacker e Zombie Nation, solo per fare alcuni nomi, hanno spiccato il volo da quelle parti. A parlare per lui la discografia che ruota attorno al suo lavoro, le prestigiose collaborazioni, i riconoscimenti e i successi che, nonostante il fisiologico “declino” e le fortune alterne della sua label, lo mantengono un punto di riferimento e un maestro per tanti. L’abbiamo incontrato a poche ore dalla sua doppia esibizione, l’ultima sera del Sonar, in apertura e in chiusura del concerto dei Roxy Music di Brian Ferry, con cui ha lavorato per un brano dell’ultimo album.

Buonasera Mr. Hell, come sta?
Bene direi. Ho fatto una nuotata in piscina, poi un giro in sauna…
Diciamo che mi sto preparando al meglio per il mio show di stanotte.
Non vedo l’ora che arrivi il momento di rincontrare Brian Ferry, ma soprattutto di vedere per la prima volta nella mia vita i Roxy Music live… Non pensavo sarebbe mai successo. Possiamo tranquillamente dire che “questa sera è La sera”.

A quanti Sonar ha partecipato finora?
Credo siano stati quattro o cinque, anche se ho organizzato diverse Gigolo Nights durante le passate edizioni del festival.
Per molti anni ci siamo anche occupati della festa di chiusura (non ufficiale) al Moove, un piccolo locale dove invitavamo a suonare tutti i DJ che avevano partecipato al festival e si trovavano ancora in città. Abbiamo avuto Tiga, i 2manyDJs e tanti altri; molti venivano a suonare gratis pur di partecipare. Sfortunatamente, ad un certo punto, abbiamo dovuto scrivere la parola fine a questo appuntamento perché la situazione ci era sfuggita di mano.
Tieni presente che stiamo parlando di un club molto piccolo, con una capienza di trecento persone al massimo. La gente arrivava in massa e il locale non era predisposto per accoglierla tutta. Sono stato costretto a chiudere quando anch’io mi sono ferito durante una di queste serate.  La cosa più scioccante è che non me n’ero neanche accorto e non avevo idea di come potesse essere successo: ricordo solo che stavo suonando e ad un tratto c’era sangue dappertutto. Si trattava di un taglio enorme.
Mi hanno portato all’ospedale e lì ho incontrato altri feriti che arrivavano dalla festa. Ricordo una ragazza con un taglio sull’occhio. Credo che non si rendesse veramente conto che avrebbe portato con sé quella cicatrice per il resto della sua vita. Mentre ero sdraiato lì e mi stavano dando dei punti, ho pensato: “siamo andati un po’ oltre…”. Avevamo perso il controllo della situazione.
Quella è stata l’ultima festa al Moove.
Ancora oggi mi invitano qui per suonare durante diverse serate, ma la situazione é totalmente diversa. Sono stato resident al Apolo / Nitsa per due o tre stagioni, ma alla fine ho smesso anche lì. Gli organizzatori non l’hanno presa benissimo dato che erano serate da tutto esaurito, ma sono convinto che quando incominci a ripeterti, devi capire che è giunto il momento di fermarsi e cominciare qualcosa di nuovo.
Quest’anno mi hanno invitato al Sonar ed eccomi qui, l’anno prossimo chissà… Forse tornerò genericcialisonlinestore.com a proporre la mia musica live. Non l’ho mai fatto e vorrei che fosse qualcosa di innovativo. Stavo pensando che mettendo insieme i miei pezzi degli ultimi vent’anni, in teoria dovrei arrivare ad almeno un’ora di musica… Cosa ne dici?

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Foto di Sean Michael Beolchini

Com’è nata la collaborazione con Brian Ferry?
L’idea è partita da lui. Sono andato a trovarlo nel suo studio di Londra per suonargli alcuni dei miei pezzi e fargli capire qual era il mio stile, che tipo di musica facevo. Si sa che è così che nascono le collaborazioni, ma in quel momento non era ancora ben chiaro dove eravamo diretti. C’erano in giro molti remix dei Roxy Music fatti da svariati DJ e anch’io avrei dovuto farne uno della mia canzone preferita, Do The Strand. Ho cominciato dai brani con Erlend Øye e Billie Ray Martin, ma non mi sembrava abbastanza convinto e così sono passato a Let’s get Ill e Jack U, le mie collaborazioni con Puff Daddy. Mi ha detto che si trattava esattamente di quello che aveva in mente e mi ha dato le parole e le tracce di You Can Dance, una canzone che non era mai stata pubblicata, pur essendo stata prodotta negli anni ‘90. L’ho praticamente rifatta, tenendo solo le parole e trasformandola in qualcosa di completamente nuovo. A quel punto si trattava solo di capire come pubblicarla. Ovviamente io speravo di farla uscire sul mio nuovo album e alla fine, anche se inizialmente Brian non era convinto della cosa, ma visto che il mio lavoro gli era davvero piaciuto, si è deciso a darmi i diritti. E’ stato uno dei pezzi più suonati da diversi DJ ed è stato remixato anche da Carl Craig. Il risultato ha soddisfatto entrambi. Spero che il futuro mi riserverà ulteriori collaborazioni con Brian… Chi lo sa?! So che sta lavorando ad un nuovo album sia da solista che come Roxy Music. So anche che Brian Eno è di nuovo in studio con lui. Di certo non avremo occasione di vedere Eno questa sera sul palco perché non suona più live da un bel po’…

Che cosa ha fatto nell’ultimo periodo? Intendo dall’uscita del nuovo album…
Sono stato presissimo, come al solito. Ad esempio ho lavorato alla nuova compilation Body Language per la Get Physical…

…Ho incontrato proprio ieri i Booka Shade…
Ah si? Loro sono degli amici carissimi. Vivono a Berlino e a volte ci capita di andare in tournée insieme. Mi piace sia la loro musica, che la loro label. Ultimamente ho lavorato anche ad un’altra compilation per la mia Gigolo Records.
Ho fatto anche diversi remix; tra i meglio riusciti I’m not a Robot per Marina and The Diamonds e uno per le Fagget Fairies.
Sono due ragazze di Copenhagen che hanno fatto un pezzo che si chiama Feed The Horse. Loro sono molto buffe, ma se vai su Youtube vedrai che hanno un seguito incredibile. Il pezzo ha avuto un gran successo.
Anche io le ho scoperte su internet e mi sono detto: “questo è davvero Gigolo…”.
Così ho chiesto loro se potevo omaggiarle con un remix – non sarebbero mai state in grado di pagarmi considerando che non escono per una major – e così è stato.
In ogni caso sono molto popolari e girano per il mondo in tour nonostante non ricevano grande attenzione nemmeno dalle riviste. Forse lo saranno presto… Poi ovviamente continuo a suonare tantissimo in giro e ho lavorato parecchio con gli artisti della mia etichetta.
Mi sono fatto coinvolgere in tanti altri progetti…
Martedì prossimo farò il mio primo shooting per Vogue Germania.
Ho lavorato alla Fashion Week di Berlino dove ho contribuito con la mia musica e suonato alle sfilate. Evidentemente il mio lavoro lì è stato apprezzato, visto che sono stato approcciato da diversi designer che mi hanno chiesto di collaborare con loro. Faccio musica per istallazioni artistiche e disegno vestiti insieme ad alcuni stilisti. Prossimamente usciranno una collezione di magliette e una linea di occhiali da sole. Sto cercando di ampliare i miei orizzonti, cimentandomi in altri settori, al di fuori di quello musicale.
Ho tante idee per la testa…
Ultimamente ho anche incontrato Puff Daddy a New York, che sta girando un film che si chiama Last Train to Paris. Non ho idea come sia venuto a sapere che fossi in città, so solo che ad un certo punto mi ha chiamato il suo manager in albergo chiedendomi se avevo voglia di passare a trovarli in studio.

Lei e Puff Daddy vi conoscete da tempo…
Si, l’ho incontrato la prima volta un paio di anni fa, mentre lavorava al suo album House of Techno. Disco che poi non fu mai pubblicato.

Cosa sa al riguardo?
Sinceramente non ho la più pallida idea del motivo per il quale non sia stato pubblicato, anche perché avevo sentito alcuni pezzi e mi avevano fatto davvero una buona impressione. Mi disse che aveva investito troppi soldi per i vari produttori e che era sicuro che non li avrebbe mai recuperati. Ora è al lavoro su un nuovo album, ma per promuoverlo vuole produrre un film,  un corto, quello di cui ti parlavo prima, Last Train To Paris. Subito dopo il nostro incontro gli ho proposto alcune tracce, quattro per la precisione, anche perché non è il tipo di persona che ama aspettare.
Però non ho ancora capito se ha intenzione di usarle o meno.
Questo è tutto quello che so, oltre al fatto che reciterà nel film, nel ruolo di protagonista. Mi ha detto che non vuole farlo produrre da uno dei grandi studios hollywoodiani, ma che preferirebbe coinvolgere studenti delle scuole d’arte, persone nuove che portino idee fresche.
Ma con lui, non sai mai cosa può succedere.

Girano strane storie circa delle vostre avventure a Ibiza…
(Ride)… Beh, abbiamo lavorato prevalentemente a New York…
E fatto un paio di feste incredibili insieme alla Miami Winter Music Conference.
E’ vero, ci siamo incontrati anche a Ibiza, ma quanto al resto, temo di doverti deludere…
Un aneddoto che vale la pena raccontare è accaduto a Miami, quando venne a trovarmi nel bel mezzo di un party in cui stavo suonando.
A un certo punto salta fuori un megafono e lui comincia a cantare la “sua” Let’s get Ill, dal vivo, mentre io la stavo suonando, in piedi sopra la consolle, davanti a migliaia di persone.
La gente è andata letteralmente fuori di testa.
E’ un bravo ragazzo. A volte si presenta alle feste per gentilezza, come segno di rispetto nei confronti delle persone che lo hanno invitato.
E ti assicuro che per lui non è facile.
E’ perennemente circondato dalle sue guardie del corpo.
Non può semplicemente entrare in un posto per essere se stesso e divertirsi; attirerebbe tutta l’attenzione e la gente incomincerebbe a mormorare: “guardate, c’è Puff Daddy!”.
Anche per questo motivo preferisce organizzarsi le feste da sé.
Quindi per rispondere in parte alla tua domanda: si, Puff Daddy è uno a cui piace divertirsi…

Ho letto che ha firmato un italiano per la sua Gigolo di recente…
Si, Hard Ton Disco Queen.
La prima volta che ho sentito un suo pezzo si trattava di una cover di Madonna, ma l’avevo preso per un bootleg perché la cantano uguale! Esteticamente assomiglia a Divine negli anni ‘80, perché è un ragazzone enorme.
Credo che venga dalla scena heavy metal, data la tonalità della voce.
Ora è passato alla disco music e ha preso il nome di Hard Ton Disco Queen.
Sta lavorando al suo album e devo dire che mi piacerebbe molto pubblicarlo: stiamo parlando di un grande artista e cantante.

Come vanno le cose alla Gigolo?
“Fino a qui tutto bene”. Al momento ho tra le mani un sacco di singoli, artisti e progetti nuovi e sono concentrato su diversi album. Tra questi c’è anche un ragazzo svizzero sconosciuto, con un album in stile detroit house, poi uno di Vienna, Hard Ton, sta lavorando al suo lp… Nel frattempo è uscita la nuova compilation. Insomma, come puoi vedere, di carne al fuoco ce n’è talmente tanta che devo stare attento a non fare uscire troppe novità tutte insieme.
Oggigiorno non si vendono più tanti vinili come una volta, di conseguenza gli artisti emergenti fanno più fatica a farsi notare. Nonostante ciò, non ho paura di spingerli e farli conoscere al pubblico. Credo molto in tutto ciò che faccio.

Lei è considerato uno dei guru, dei personaggi più influenti al mondo della musica dance degli ultimi vent’anni… Come vede la situazione odierna?
Là fuori c’è una sacco di buona musica ed è davvero difficile stare dietro a tutto quello che esce. Faccio fatica a valutare tutte queste novità.
Bisogna essere organizzati per riuscire ad ascoltare tutto e capire cosa potrebbe essere interessante pubblicare con la label o semplicemente cosa suonare.
Lì fuori è pieno di novità. Negli ultimi cinque anni sono cambiate molte cose. Dall’attrezzatura per fare il DJ al modo di vendere, promuovere e mettere la propria musica sul mercato. Negli ultimi due anni è avvenuta la più grande rivoluzione di tutti i tempi nella storia della musica e i risultati probabilmente li vedremo nel giro di qualche anno. Tra l’altro tutti stanno cominciando a lavorare con dispositivi touch screen, con l’i-Pad… Persino con l’i-Phone. Ci sono applicazioni rivoluzionarie e ogni giorno esce una novità. Anche Brian Eno ha fatto un’applicazione con la quale si possono creare suoni e sequenze sonore.
La cosa positiva è che le grandi case discografiche stanno andando a fondo e non riescono più a tenere in pugno il mercato. La differenza più grande è tra ciò che viene pubblicato da loro, ciò che viene trasmesso dalle radio e tutto quello che accade nelle sottoculture (preferisco non chiamarlo underground). Sto parlando di quello che succede su internet o anche qui al Sonar in questi giorni. Io stesso non conosco e non ho mai sentito parlare della maggior parte degli artisti e delle loro label.
C’è una forte concentrazione di talento qui come altrove.

intervista di Depolique – PIG Magazine

Leggi l’intervista integrale su www.pigmag.com

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